Maometto è un commerciante

Maometto è un commerciante

Ognuno perseguiterebbe in me la nuova volpe per vendicarsi del vecchio leone; l’unica cosa ch’io posso fare, o per me o per gli altri, si è di cessar dai ruggiti. [1]
(Ugo  Foscolo)

Gentile prof. Sottopeso,

Mi scuso anticipatamente per il disturbo e la ringrazio per la cortese attenzione, alla quale sottoporrà, ancora una volta, queste rinsecchite righe che le invio. Faccia attenzione a prenderle sul serio giacché questa volta mi son guardato da vizi e corruzioni, da giudizi ed esposizioni sagaci. Non vi è in questo scritto alcun fondamento scientifico. Questa non può neanche essere chiamata riflessione, perché non vi troverete nulla di riflessivo. Non possiamo appellarle neanche idee della testa, poiché non è quella la loro dimora. Mi preme però avvisarla che questa volta la penna è stata arroventata nella fucina ardente di Efesto e incoraggiata dalle parole di Efestione. Infine ho bagnato questa lettera con l’acqua di S. Pietro.

La mia richiesta sarà così ardita che son certo cadrà anche a Marte di mano l’asta bellica. Forse dopo la lettura di queste sincere parole penserà di me che sono un melanconico provato, infinitamente infelice; sì, infelice perché mi hanno donato un cuore sensibile che mi condanna ad una vita di scrittura e confessioni riflessive. Non vi sarà nella natura di questo scritto corruzione alcuna, solo un nembo di furore e pensieri. Preso e dilaniato da questa Psicomachia, Le scrivo di notte, spasimando alla luna come Endimione.

Ed è stato così che una religione che conta le lune andavo fingendomi nel pensiero [2].

Ho provato a contare i giorni, il loro scorrere accanito, venerando il satellite [3]. E intanto già il polso premeva per versare le prime sillabe, di cui ormai necessito renderla partecipe.

Un’improvvisa fame di conoscenza mi ha invitato a banchettare con queste argomentazioni; così ho incominciato una ricerca alimentata dal desiderio: risorsa infinita. Mi sono recato in svariate moschee per osservare la loro architettura, ho aperto i loro libri, ho incontrato alcune tra le più eminenti personalità di quella cultura. Dopo pochi minuti ho incontrato un professore che professava quelle religioni. Subito mi ha spiegato che Zoroastro ha insegnato a tutti quanti che l’amor proprio è un’enorme mongolfiera da cui escono tormentose bufere quando vien punto. Inoltre ha insegnato loro che si deve amare quella patria poiché è l’unica che posseggono. E in questo modo son venute su famiglie tradizionaliste e leggi tutelari.

In seguito a questo incontro ho incominciato a chiedermi di quale materia fosse la poesia di quei popoli che nel calendario venerano la luna anziché il sole. Che nella religione hanno un uomo che, prima di divenire profeta, era un commerciante incorruttibile e timorato; sposato e innamoratissimo di sua moglie, quindici primavere più anziana di lui.

Catturato da questa curiosità ho cercato un saggio giudizioso che potesse saziare il mio appetito, maggiormente rispetto a quanto avesse già fatto il professore. Così, dopo alcune ore di ricerche, ho incontrato un Imam. Ei giurava di essere uno dei fratelli del profeta. Dopo aver consumato un pasto umile mi ha regalato un libro d’insegnamenti. Nel farlo però, mi ha spiegato che tra i fedeli verdeggianti ve ne sono alcuni che, oltre a difendere il sacro cubo, difendono a spada tratta alcuni insegnamenti che sono stati tramandati loro dai vari amici del profeta. O dai suoi familiari, o da conoscenti dei familiari, o da amici dei conoscenti dei familiari e infine, non sapendo più quali istruzioni ascoltare, hanno deciso di prestare attenzione ai vaticini dell’oracolo orientale più vicino. Così, del tutto rapito da queste trame familiari, ho aperto il maestoso esemplare, ho chiesto al saggio di tradurmi qualche pagina che il caso avrebbe deciso e, immediatamente, ho osservato la loro scrittura volteggiare. Ed è stata una danza di daghe e scimitarre che si intrecciano formando sbalorditive bandiere di tradizione verdeggianti. Fiere barriere all’intendimento.

Aperta la pagina ecco l’insegnamento [4] e cosa recitava:

 

«Abū Ayyūb al-Ansāri raccontò che il Profeta – Iddio lo benedica e gli dia eterna salute – aveva detto:
Quando vi accingete ad andar di corpo, non ponetevi in direzione della qiblah (La Mecca, direzione della preghiera musulmana), né voltatele le spalle, ma volgetevi verso oriente o verso occidente.

Abū Ayyūb aggiunse:
Quando giungemmo in Siria trovammo delle latrine costruite in modo da stare rivolti verso la qiblah. Noi vi stavamo di traverso, e chiedevamo perdono a Dio – Egli è l’Altissimo –».(al-Buhārī, Libro VIII, La preghiera.)

E così mi scopersi tutto in uno sgomento, rapito da queste sacre rivelazioni sul modo di orinare. Quale mestizia vi è in questi insegnamenti? Ho chiesto al saggio quali fossero le sue misure per tali offici fisiologici ed egli me l’ha mostrato immediatamente. Dunque questi popoli sono capaci di simili acrobazie e contorsionismi. E finalmente ora si spiegano tutti i fachiri e i supplizi ai quali si sottopongono. Quello è il minore dei mali!

Il valoroso Imam, caduto in un eccesso di zelo, ha deciso di fornirmi ulteriori misure cautelari riguardanti questo genere di occupazioni. Così il venerando ha incominciato a sfogliare concitatamente il manualetto. Tutto d’un tratto pare rischiarato e fissandomi l’animo fiero e vivace aggiunge:

«Jabir ibn ‘ Abdullah rapporta che ha sentito il messaggero di Allah dire che chiunque si pulisce con delle pietre, dopo aver finito un bisogno naturale, deve farlo un numero di volte dispari.» (Sahih Muslim, Libro 2, Numero 0463)

Ebbene non piccolo è stato l’onore al quale sono stato chiamato. Ora mi è chiaro perché questa gente, dunque, si impensierisce di tali uffici così desueti e antichi.

Dopo aver salutato l’assennato saggio barbuto lentamente un pensiero pervade la sede delle mie immaginazioni. Ed ecco che vengo colto, allora, dalla bramosia di percepire quei tinteggi che noi non possiamo vedere. E mi domando: in che modo descrivono la natura? Con quali luci scrivono i loro versi? Quali ciarli dettano i cori delle loro tragedie? Che ritmo ha l’oscurità dei loro tormenti? E com’è l’aurora nella poesia scandita dal calendario lunare? Come sono le donne?

Ora, gentile professore, le chiedo di immedesimarsi in questa finzione e provare ad immaginare il Suo tempo scandito dai cicli lunari. Converrà con me che è tutta una poesia diversa rispetto a quella di Esiodo e le sue nove Muse parlanti; è un’arte lontana da quella del sacro Virgilio, dell’immanente Dante.

E io che pensavo che le nostre fossero divinità baldanzose e divertenti.

A partire da tali vagheggiamenti la mia richiesta prende forma. La prego di parteciparmi agli spettacoli di questo mondo fornendomi dei consigli di studio. Sì, che siano adeguati alla mia condizione di bottegaio di pensieri che vuole espandere la propria biblioteca. Il rischio di cadere in fallosi fraintendimenti è troppo alto. Visionare disastrosi smottamenti di significato potrebbe risultar fatale. Ho bisogno di conoscere meglio quelle popolazioni per intendere a dovere la loro arte. Rifugio dalle congetture.

Ridere, nil ultra expeto
 (Ausonio) [5]

I nostri vescovi invece, agitando il pastorale, ci paragonano a greggi di pecore e ci insegnano che non vi è nulla di più pulito della cenere.

Ho scritto questa lettera rivolgendo il calamo verso La Mecca. Ho allontanato dal mio profondo stomaco tutte le passioni molli e frivole. Seicento anni ci separano.

Da arabiche letture il mio intelletto sarà intrattenuto, mi auguro. La prego, necessito assolutamente di una traduzione, che sia di cuore, di queste manifestazioni! Mi faccia recapitare in qualche modo dei pezzi dell’arte di questi popoli dal lunario opaco.

P.S.  Per un attimo solo sbottono la giacca e tolgo il cappello. Voglio farle una confidenza. Gentile professore, mi appello alla nostra relazione amicale per aggiungere questa parvula considerazione sui costumi libertini europei che le disegnano i tratti somatici. Voglio solo farle presente che i testi sacri di quelle zone, dove ormai lei è dimorato, prevedono che un uomo può sposarsi con una donna e con ella divorziare, per poi risposarvisi, al massimo due volte. Non di più.

“Il ripudio v’è concesso due volte.” (Dalla Sura 2  – La giovenca– Corano II, 229.)

G.S.
 Note:
[1] UGO FOSCOLO, Opere, a cura di Mario Puppo ed Edoardo Sanguineti, Mursia, Milano. P 1243.
[2] Il riferimento è alla religione islamica: il calendario islamico si basa su una scansione lunare del tempo.
[3] È una finzione letteraria per mantenere il gioco della tesi e favorire l’immedesimazione. In realtà il calendario islamico è basato sul ciclo lunare sinodico (29,53 giorni siderali circa) ed ogni ricorrenza, festività. Etc… cade in un periodo diverso nel corrispettivo anno solare. L’anno lunare è di circa 11 giorni inferiore rispetto a quello solare.
[4] Hadit: Alla lettera: verità. È un breve insegnamento, come la nostra parabola evangelica, tramandato da qualcuno di molto vicino al profeta (ad es. familiari, amici più stretti). L’insieme degli aḥādīth riconosciuti dal diritto musulmano, costituisce la Sunna; il testo che divide fondamentalmente i religiosi musulmani.
[5] Cento nupt. 134.
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